Fonte del Diritto e dello Schiavismo

Tutte le volte che affronti un tema giuridico – qualunque esso sia – trovi testi che esprimono serietà, ricorrendo a termini complessi e non immediati, tecnicismi poco comprensibili. Perché?

“Perché” è una bella domanda.

Perché giova a chi scrive, o parla, per conquistare autorevolezza, assumere un ruolo di superiorità, credibilità e controllo. Così da trasmettere concetti nascondendoli dentro un labirinto verbale: “io l’ho detto, peggio per te che non l’hai capito”. Medesimo stile lo si può riscontrare in altri ambiti. Basti pensare a settori quali finanza, politica, religione, etc. ed ogni volta in cui qualcuno desidera programmare, indirizzare, controllare e schiavizzare i destinatari del messaggio.
Ti invito ad essere vigile ed attento. Le parole sono usate spesso per celare o confondere. Il mio traguardo è opposto. Proverò a raggiungerlo nei modi in cui riesco. Spero anche con il tuo aiuto.
Così cominciamo da qualcosa di tangibile, bello, vivo, conosciuto. Tutti hanno vissuto una esperienza simile a quella che ti sto per ricordare. Riviviamola ancora, insieme. Ciascuno attraverso gli occhi dell’altro: questo è Diritto.

fiorÈ mattino, il cielo è azzurro, intenso, il Sole splende.
Veramente è una bella giornata, ed è piacevole camminare in campagna.
Così, in prossimità di un albero alto e pieno di fronde odorose, vedo un fiore giallo. È piccolo, delicato, perfetto. Guardalo anche tu.
Che potere posso esercitare su quel fiore?

Lo posso contemplare, odorare. Posso essere anche più invasivo e carezzarne i petali. Posso coglierlo, oppure calpestarlo.
Prova a sentire le tue emozioni in base a ciascuna delle azioni che ho scritto. Questo tuo sentire è determinante. Lo capirai dopo quanto è determinante.
La questione è: che potere giuridico posso esercitare su quel fiore?

Non lo so ancora, così ci provo. Chiedo al fiore giallo di esibire un documento che certifichi che si tratta proprio di un fiore giallo, che manifesti la sua identià, insomma! Ma il fiore se ne fotte, continua ad essere, ed ignora la mia richiesta.

Alzo il tono della voce, mi faccio minaccioso, gli ordino di esibire il tesserino che lo autorizza a crescere, a prendere acqua dal terreno, ed a sfruttare l’energia che viene dal Sole per svolgere le cosiddette funzioni “clorofilliane”, ad occupare il suolo, a diffondere emanazioni odorose.
Immancabilmente, il fiore giallo se ne fotte.
Che potere ho, allora, nei riguardi di quel fiore? Posso solo rispettarlo, oppure esercitare violenza su di lui.

cavalloMentre esprimo questa considerazione, ecco che inaspettatamente si avvicina un cavallo. Guardiamolo. È un individuo bellissimo, di colore scuro. Muove lentamente la coda. Così provo a chiedergli un certificato di residenza, un atto di nascita, un documento che ne palesi la provenienza, l’attestato di galoppo, e gli chiedo se ha un microchip. Quello non fa molto, si gira, bruca, scoreggia sonoramente.

Così capisco!

Quello che veramente posso fare è, ancora, rispettarlo oppure usargli violenza. Mi è chiaro. Ti è chiaro adesso? Dovrebbe essere chiaro e comprensibile. Perché lo sai, non te lo sto spiegando io, lo stai comprendendo tu, stai acquisendo consapevolezza, ma lo hai sempre saputo già da te.

Allora, seguimi ancora un poco, perché non abbiamo terminato. Spostiamoci oltre la collina, lì c’è un laghetto davvero grazioso. Intravedo una figura in movimento vicino a delle alte canne, quelle giallo-verdi che crescono fitte in prossimità della riva. Mi avvicino. Ti chiedo di seguirmi. Accovacciato tra le rocce e le canne c’è un essere umano, e sta defecando. Che puzza! Pure quesa è umanità.
Nonostante questo mi approssimo e gli chiedo che diritto abbia di stare vicino al lago, se dispone di un lasciapassare o una card di prossimità. Gli intimo di consegnarmi anche le cipolle che ha raccolto, poiché le vedo posate poco più là, e non mi pare che lui disponga di una autorizzazione per la raccolta. Niente. Quel tizio non si scompone, e non mi presta alcuna attenzione. Non ho potere giuridico su di lui. Quello che posso fare è, ancora, rispettare o esercitare violenza.

Innanzi all’esistente si possono assumere diversi comportamenti.
Quelli su cui mi voglio soffermare sono:

  1. Ignorare e non considerare, non interagire
  2. Rispettare
  3. Esercitare violenza
  4. Stilare regole comportamentali e formali, preferibilmente in forma scritta. La forma scritta è utile per determinare una certa “stabilità”, “concretezza”, “riconoscibilità”, “unicità deliberativa”. In tal guisa, queste regole gestiscono e limitano l’agire e l’essere.

Il punto 4 è quello che comunemente viene chiamato Diritto: contempla delle norme convenzionali, soggettive, temporanee, momentanee, ed arbitrarie, usate per gestire ed indirizzare il comportamento e gli atti degli esseri umani.

Per l’attuazione concreta delle previsioni normative è necessario che i destinatari le pongano in essere, ed eseguano i dettami previsti per loro.
Questa attuazione può avvenire attraverso due uniche maniere:

  1. ACCETTAZIONE Accettazione libera delle norme attraverso l’esecuzione della previsione normativa.
  2. ACCETTAZIONE Accettazione indotta delle norme, frutto di un complesso sistema di programmazione e lavaggio mentale – che include, ad esempio, l’essere giudicati e la presenza di un giudice.
  3. IMPOSIZIONE L’imposizione violenta attraverso la minaccia di un atto violento prevaricatore (es. l’esistenza stessa di leggi da seguire, forze di polizia che le impongano, la minaccia di carcerazione, etc.).
  4. IMPOSIZIONE L’imposizione violenta attraverso l’esecuzione di un atto violento (es. carcerazione, violenza fisica, taglio della mano, castrazione, tortura, etc).

Questa organizzazione detta “Diritto” è volta all’attuazione del contenuto di norme. Pone in essere un sistema che può essere definito, senza dubbio alcuno, schiavistico. Tale sistema schiavistico di Diritto ben si integra con altri mezzi e strumenti di controllo, coercizione e oppressione quali religione, politica strutturata, finanza, denaro, etc.
Non ti è ancora chiaro?

In base a quanto sin qua esposto, ecco come posso cambiare il mio modo di agire per ottenere un risultato. Andiamo.

uomo_liberoTorno dall’uomo vicino al lago. È seduto e non sembra fare molto. Respira profondamente e contempla l’acqua. Così scrivo una norma che gli impone di detenere – e mostrare alla richiesta – un documento di riconoscimento, che attesti che lui è lui. In assenza deve essere arrestato e consegnarmi le cipolle. Si è capito: ci tengo proprio a prendermi quelle cipolle. Gli espongo i fatti, gli mostro la norma scritta. Lui ride.
Qualcosa non va.

Così ti chiedo di picchiarlo, fortissimamente, di arrestarlo e togliergli le cipolle, e di consegnarmele. Lo chiedo sia a te che ad un passante. Vi mostro la norma scritta. Tuttavia, voi – entrambi – ridete prima, e mi ignorate poi.

Decisamente qualcosa non va. Cosa manca?

Quello che giova in un sistema di Diritto per poter funzionare ed imporre l’esecuzione delle proprie convenzioni temporali, soggettive, imposte, chiamate “norme”, è il consenso.

Con il consenso si ottiene una accettazione del sistema stesso, accettazione che dovrebbe essere cosciente, continuata e manifesta, ma che viene subdolamente carpita anche in maniera incosciente, inconsapevole, e non manifestata.
Questo avviene, ad esempio, con la registrazione di un nuovo nato, che da essere umano libero viene circoscritto nel ruolo limitato di cittadino, di una specifica nazionalità, assoggettato a quelle determinate norme emesse in un particolare sedicente Stato/Paese.

Stiamo parlando di schiavismo, è chiarissimo.

Nemmeno solo il consenso, però, è sufficiente per il funzionamento di un sistema di Diritto. Se così fosse, basterebbe negare il consenso, rifiutandolo in maniera palese, in maniera consapevole e manifesta.
Serve uno strumento di imposizione violenta. Senza violenza non è possibile costruire nessun impianto normativo schiavistico che possa funzionare. La violenza contro gli esseri viventi è imprescindibile per schiavizzarli, senza essi tornerebbero liberi.

L’imposizione – per poter funzionare – deve essere diffusamente accettata come “giusta” da un numero congruo di individui, giova per esercitare potere sulla collettività. Nel nome di questa accettazione è possibile usare e generare violenza tra gli esseri umani, e tra loro ed il circostante. Non a caso il sistema volto all’applicazione delle norme viene comunemente chiamato “giustizia”, quando più lecitamente andrebbe denomitato “applicazione” o “imposizione”.

Ti ricordi cosa dicevo all’inizio?

Con le parole si possono direzionare i comportamenti delle persone. Così è.

Cambiando il termine “giustizia” in “imposizione” tutto muta ed appare più chiaro. Ci sarebbero testi universitari di Imposizione Civile ed altri di Imposizione Penale, un ministero ed un ministro dell’Imposizione, avremmo organi di Imposizione che la esercitano attraverso le norme Imposte.

Invece cosa abbiamo?
Testi di Diritto, un ministero ed un ministro della Giustizia, che attraverso organi di Giustizia applicano la Giustizia attraverso norme Giuste. Le parole hanno valore. Tante volte abbiamo sentito dire, nell’applicazione di norme, un assurdo ossimoro: questa giustizia è ingiusta.

Come può la giustizia essere ingiusta? Quello che è improprio è l’uso delle parole. Più correttamente l’espressione con maggiore e più chiara manifestazione del significato diverrebbe: l’imposizione è ingiusta.

Quindi, oltre una qualsiasi forma di consenso, giova che l’impianto normativo sia generalmente riconosciuto come giusto. Così da poter trovare accettazione ad un uso della violenza per l’applicazione di questo complesso normativo. Come possono delle norme, convenzionali, mutevoli, temporanee, variabili, differenti nel tempo e nello spazio, essere considerate giuste? Non possono.

Così il Diritto, concretizzato in un ordinamento giuridico, espresso sottoforma di norme, necessita di ancorarsi a qualcosa di “universalmente” giusto.
Questa profondità discende da principi sentiti come fondamentali, che l’individuo sente in sé, che rinosce come giusti, pur’anche se li violasse egli stesso: persino un assassino sa che è ingiusto uccidere.
Questi sono conosciuti come principi universali. Spesso nell’essere formalizzati vengono sviliti nell’espressione così da essere denominati nelle seguenti ed altre maniere: l’altro diritto, diritto naturale, etc.
Qualsiasi testo giuridico di valore, diffuso ed apprezzato, dedica spazio alla trattazione dei principi universali, o del diritto naturale. Quasi sempre uno spazio molto ridotto, per ovvie ragioni: non se ne deve parlare poi così tanto.
Così dal paragrafo “Diritto positivo e Diritto naturale” dal manuale di diritto Torrente-Schlesinger:

… è sempre stata presente l’idea che esista un altro diritto [...] talvolta inteso come matrice dei singoli diritti positivi, talaltra come criterio di valutazione critica dei concreti ordinamenti; talvolta raffigurato come un complesso di principi eterni ed universali”, “L’esigenza che il richiamo al diritto naturale cerca di soddisfare appare in ogni caso l’aspirazione ad ancorare il diritto positivo ad un fondamento obiettivo che elimini il rischio di arbitrarietà insito nella possibilità di elevare al rango di norma giuridica qualsiasi contenuto approvato da chi detiene il potere.

Rimando alla lettura dell’intero paragrafo in questione, davvero interessante. Oltre codesti principi universali, il diritto divino su cui niente voglio dire per la mia attuale incompetenza in materia.

In altre parole, cosa ho detto sin qua:

Ho detto che l’uomo nasce libero, come un cavallo, un fiore, o qualsiasi altra cosa che è. Come tale non può essere sottoposto a nessuna coercizione. Ho detto che il Diritto è una forma, tra le tante, di schiavismo imposto. Ho detto che queste norme, per avere un qualche valore, devono essere accettate da chi le subisce, e che – in assenza di accettazione – queste vengono comunque imposte con violenza. Ho detto ancora che tali norme possono essere considerate valide solo se rispondono a dei principi di giustizia discendenti dal sentire profondo del Diritto naturale, e da niente altro. Ho detto che l’armonizzarsi al Diritto naturale è la guida per un sistema sociale, anche complesso, ed ogni altra organizzazione normativa che si allontani dal senso intimo del giusto è schiavismo violento.

Torniamo al lago.
C’è ancora seduto sulla roccia quel cittadino. Approssimiamoci. Eccola là. Nuovamente gli chiedo di esibire un documento, quel medesimo documento che gli è stato utile per usufruire in giovane età di un pediatra, che gli ha permesso di acquistare l’uso di una vettura e di poterla guidare con una patente. Quel cittadino, insistente, ancora dissente nel dare seguito alle mie richieste, non vuole mostrare il documento. Così io ti ordino d’arrestarlo, e di consegnarmi quelle cipolle.
In cuor tuo senti che c’è qualcosa di ingiusto nella mia richiesta insistente, ma ti ricordi che qualcuno ha detto “dura lex sed lex”: era qualcuno famoso! Se non compierai il tuo dovere, tu stesso compierai un reato nel non eseguire l’ordine. Quindi lo fai, è il tuo ruolo, lo arresti e gli togli le cipolle.
Io non sono famoso, e penso che l’espressione “dura lex sed lex” sia una cazzata immane, terribile e terrificante, che quel concetto debba essere combattuto con ogni forza, tanto è idiota e violento. Ciascuno di noi è un individuo attivo, vivo, sensiente, e non subiremo da passivi imposizioni dure perché il padrone l’ha chiamata “lex”.

Questo è il modo attraverso il quale la violenza si esprime. Ora lo sai.
Un essere libero viene schiavizzato e depredato. Il Diritto viene usato in disarmonia con i principi universali, e produce i risultati che conosci.

Così uno, con l’aiuto incosciente di alcuni, esercita imposizione su ogni altro. In questo modo esercita potere legale, ma illeggittimo, contro gli esseri umani, ed attraverso questi sugli animali, le piante, ed ogni altra cosa, schiavizzando il pianeta.

Il Diritto, così com’è, pertanto appare essere uno degli strumenti più forti di schiavismo. Il pianeta Terra ha le sue leggi. Sono leggi di natura – ad esempio le leggi fisiche (gravità, etc.). Solo quelle assurgono al ruolo di legge. Il termine “fisica” deriva dal neutro plurale latino physica, a sua volta derivante dal greco τὰ φυσικά [tà physiká], ovvero “le cose naturali” e da φύσις [physis], “natura”.

terraIl pianeta Terra è di proprietà di nessuno, in onorevole disponibilità temporanea di tutti. Chi è il proprietario dell’aria? Chi può disciplinarne l’uso e vantarne la proprietà assoluta? Chi può registrare, certificare, brevettare, commerciare, griffare, rendere indisponibile, e negare l’aria? Perché è possibile esercitare qualche Diritto sull’acqua? Chi può vantarne la proprietà? Quale legge lo consente? È concepibile possedere l’aria? Perché è accettato che sia possibile possedere il ferro? Il rame? L’oro? Il legno? La frutta? Il terreno? I sassi? Chi può, lecitamente, arrogarsi il diritto di proprietà di alcunché sul pianeta? Non si nasce e muore nudi?
Penso che siano domande interessanti, sufficientemente degne di una risposta. Così conceditele per quelli e altri interrogativi. Ne vuoi altri di punti di domanda, lo so!
Ad esempio: perché questo argomento non lo hai mai trovato in nessun libro e non lo hai mai sentito prima di adesso? Perché l’università non ti ha mostrato questi aspetti, anzi te li ha occultati? Nemmeno la scuola? Nemmeno la TV? Chiediti come mai neanche tu stesso ti sei posto queste domande, seppure riguardano fatti così semplici ed evidenti. Ora che ti sono stati messi innanzi agli occhi sono evidenti e semplici, non prima. Guarda, sii vigile, usa i tuoi occhi, i tuoi.

uomini sulla lunaPoni l’attenzione su questo fatto, e trai le dovute conclusioni. Quando i primi “uomini” atterrarono sulla Luna – alla fine di una estenuante corsa tra diverse fazioni della specie umana (Russi e Americani) – il primo atto concreto compiuto è stato conficcare una bandiera sulla superficie lunare, per dire “è mio”.
Una pura questione di Diritto, anche se può apparire assurdo o ridicolo, così è. Direi anche un manifesto esercizio di imposizione, dando inizio ad un nuovo “gioco”, per future schiavitù.
Next step Mars.

Fabio Massimiliano